Perché non si va dallo psicologo? Cosa fa tanta paura in questa professione?

fantasmi

Qualche anno fa a una conferenza ho scoperto un fatto abbastanza triste: quando si ha un disagio psicologico, prima si va dal mago per farsi togliere il malocchio, poi dal prete per parlarne e infine, come ultima spiaggia, dal medico curante…sperando che la persona arrivi fino in fondo e che il prete e/o il medico curante siano in grado di fornire il giusto supporto (mi spiace, il mago e il malocchio non li prendo in considerazione, se non per l’effetto rilassante del pensare che non c’è più uno sguardo malevolo che grava sulla propria vita).

Cos’è che spaventa tanto nel pensiero di andare dallo psicologo?

Molti parlano della ‘paura di essere matti’, ma il quadro non è così semplice e riduttivo.

Tempo fa parlavo con un’amica, all’ennesimo suo giro in pronto soccorso, per problemi d’ansia.

Problemi d’ansia chiari a me, a chi l’ha visitata per bene in pronto soccorso e poi le ha somministrato una flebo di calmante per farla stare meglio, ma, almeno apparentemente, non alla diretta interessata. Perché? La mia amica è stupida? No, per niente.

Le ho chiesto perché rifiutasse l’idea di andare da uno psicoterapeuta e lei ‘Non ne ho bisogno’… eppure aveva passato la notte in ospedale coi figli, allertato madre e compagno e riconosceva di aver ‘solo’ bisogno di serenità…

Cosa c’è di tanto infamante nell’andare da uno psicoterapeuta?

La conosco da tanti anni e so che per lei, ufficialmente, esistono solo alcune emozioni, altre sono da tenere da parte, nascondere, anche a sé, sono cose che ‘ci penso più tardi, un’altra volta…’ e l’altra volta non viene mai.

Può farsi vedere stanca (perché ha lavorato tanto), arrabbiata (perché sembra che gli altri non facciano ciò che dovrebbero fare), triste (perché nonostante tutta la sua fatica, la vita segue altri percorsi), ma spaventata mai. Perché non ha mai paura? No, ha paura, come tutti, chi più, chi meno. E allora perché non se lo riconosce, questo stato d’animo? Quando sei spaventato hai bisogno di qualcuno che ti rassicuri, non il primo che capita, ma un qualcuno un po’ speciale per te. E se quel qualcuno per un motivo o per un altro non interviene, per non andare in pezzi è meglio tagliare via quella emozione, meglio dire che non è accaduto nulla, perché tanto niente e nessuno potrebbero risolvere la situazione. La paura così si ferma? No, anzi, peggiora e continua a fluire attraverso noi, i nostri pensieri ed il nostro corpo, lanciando messaggi sempre più forti, quasi urlati. Ma resta scissa, separata da ciò che l’aveva generata e apparentemente senza senso. Il senso lo darebbe il risalire alla fonte del disagio. E’ un po’ come sentire un urlo lontano senza sapere cosa l’ha generato. Resti fermo, interdetto, in attesa di altri segnali per capire a cosa sia dovuto quel suono…ma a distanza, con la sensazione di essere al sicuro da altre implicazioni. Il paradosso è che magari si continua a pensare a cosa è successo. Perché quell’urlo? Perché non ne seguono altri? E se ce n’è un altro, cos’altro è accaduto? E si continua a stare in tensione, in allarme, e spaventarsi o fare congetture al primo sibilo del vento tra le foglie….e magari il fattaccio terribile è che una persona è solo scivolata su una buccia di banana e se la caverà con una lieve ammaccatura. In tutto questo cosa posso fare io per convincerla ad andare da un mio collega? Purtroppo nulla. La sensazione di aver sbagliato qualcosa, di non riuscire a gestire la propria vita e la paura di mettersi in discussione possono bloccare ogni tentativo di approfondimento. La mia amica mette la testa sotto la sabbia e non coglie l’occasione per rimettere un po’ in ordine la propria vita. Solo perché c’è un po’ di caos interiore non vuol dire che si sia disorganizzati e senza speranza. Semplicemente, con l’andare del tempo e all’aumentare delle situazioni in cui si esprime la nostra vita, tutto si accumula con tutto e alcune cose possono entrare in conflitto tra loro. Paradossalmente a volte fa più male ed è più faticoso pensare al proprio disagio che guardarlo bene da vicino e iniziare a ‘metterci mano’. Lo psicologo non manipola, non gioca con la sofferenza altrui, non cura con formule magiche, aiuta solo a guardarsi dentro per trovare la soluzione più adeguata. E può offrire un sostegno quando le gambe tremano un po’ sul percorso. Fornisce uno specchio in cui guardarsi e vedere cosa c’è nella propria vita, quali sono le risorse e cosa può migliorare. Ma se la persona non vuole iniziare un percorso, non la si può mettere davanti allo specchio a forza. Quella forzatura farebbe emergere un ulteriore disagio, dato dalla costrizione, e l’immagine riflessa sarebbe solo di sofferenza, confermando l’idea iniziale che era meglio non sapere quanto fosse brutta l’immagine. Non passare troppo tempo a cercare di convincerla è un modo per rispettare il suo libero arbitrio. ..e chi può saperlo? Magari senza troppa pressione, la mia amica avrà meno paura di guardarsi dentro.

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